• ASTRA LANZ<br />ACCADEMIA KINESIS<br /> ACCADEMIA HERMANS
  • Scuderie Aldobrandini – FRASCATI
  • 15.11.2026 ore 18.30
  • #
  • DI BELLEZZE, IL SANGUE L’INVENZIONE DI UNA STREGA

Astra Lanz, attrice, voce recitante

Elena Alessia Hodor, danzatrice

Julie Lalanne, danzatrice

Accademia Kinesis

Flavia Succhiarelli, violino barocco

Fabiano Merlante, tiorba

Fabio Ciofini, organo

Accademia Hermans

Drammaturgia Guido Barbieri

Coreografie Angelo Egarese

Regia Roberto Mazzi

 

Tra il XV e il XVIII secolo vengono celebrati in Italia circa centomila processi per stregoneria. In questo arco di tempo vengono giustiziate, prima strangolate e poi bruciate sul rogo, oltre duemila donne. I numeri in Europa sono ancora più spaventosi: cento diecimila processi, più di quarantamila condanne a morte. Una delle vergogne storiche che pesano tuttora sulla coscienza del potere religioso e di quello civile. Tra queste migliaia di adolescenti, ragazze, donne mature, mandate al rogo con l’accusa di praticare le arti del demonio, c’è una storia unica e irripetibile che merita di essere raccontata.

È quella di Bellezze Ursini, come lei stessa si firma (o Bellezza Orsini, come si legge invece nei documenti ufficiali). Di lei la storia ha lasciato tracce esili, ma in compenso, una testimonianza irripetibile e straordinaria. Bellezze nasce a Collevecchio, in Sabina, l’antica terra dei Sabini, stretta tra Umbria, Lazio e Abruzzo, tra il 1475 e il 1480. Il padre naturale (che non l’ha mai riconosciuta) è probabilmente Pietro Angelo Orsini, appartenente ad un ramo cadetto della illustre famiglia Orsini, una delle più antiche e illustri casate italiane che ha dato alla Chiesa cattolica romana ben tre papi. Negli anni Novanta del secolo, poco più che adolescente, Bellezze è al servizio di un altro ramo della famiglia, gli Orsini di Monterotondo, un paese a pochi chilometri da Roma. E con i membri eccellenti della famiglia, stando alle sue stesse parole, intrattiene relazioni che non rientrano nelle mansioni della “servitù”: tra gli altri Giovanni Battista, zio di Franciotto, signore di Monterotondo, e lo stesso figlio, legittimo, di Pietro Angelo. Ed è proprio qui, durante la sua residenza presso la Rocca di Monterotondo, che Bellezze apprende le pratiche e i “segreti” della strearia, ossia della stregoneria. Da serva a strega il passo è solitamente breve, ma spesso lo si paga con durezza. Insieme ad un gruppo di donne ritenute “compagne di strearia” Bellezze, intorno agli anni Venti del nuovo secolo, viene infatti bandita dalla famiglia Orsini ed esiliata, insieme ai suoi tre figli nati nel frattempo, a Filacciano, un paese di poche centinaia di anime alle porte di Roma. All’indomani del Sacco di Roma del 1527 si reca in città insieme ad un gruppo di pellegrini per le Perdonanze Pasquali, ma dopo il viaggio un ragazzo perde la vita in circostanze misteriose. Bellezze, denunciata dalla madre del ragazzo, viene accusata della sua morte, arrestata e imprigionata nella Rocca di Fiano Romano dove, nel maggio del 1528, dopo due tentativi di evasione, viene sottoposta ad un processo dall’esito scontato: l’accusa non è quella di avere ucciso il ragazzo, bensì quella, ben più grave, di “fattucchieria”, ossia di praticare le arti magiche della stregoneria.

Ed è proprio questo processo, per paradosso, che ha consentito a Bellezze di non venire inghiottita dall’oblio della storia, ma anzi di esserne in qualche misura una protagonista, sia pure dimenticata. Nessuno, nemmeno i suoi giudici, avrebbe mai immaginato che quella donna di cinquant’anni, serva degli Orsini e strega professa, fosse in grado di leggere e di scrivere. E quando il magistrato, insoddisfatto del suo racconto di un Sabba immaginario e poco credibile, oltretutto estorto con la tortura, le chiede di spiegare ad unguem che cosa sia davvero la stregoneria, Bellezze invece di rispondere in parole decide, con un gesto straordinario, di scrivere. Di consegnare cioè al giudice un testo, scritto in volgare, che è al tempo stesso una autobiografia, una confessione, un trattato di stregoneria e una descrizione, precisa e stupefacente, di come era organizzata, nel Cinquecento, l’attività della stregoneria. In ogni caso un unicum: il caso irripetibile di una strega professa che ci fa ascoltare in prima persona la sua voce vera, autentica, senza mediazioni.

In questa sua “confessione”, affidata ad un quaderno di otto fogli e conservata presso l’Archivio di Stato insieme ai corposi atti del processo, Bellezze rivela la sua doppia natura: da una parte ammette di essere parte della “strearia” e confessa tutti suoi crimini, dall’altra rivendica però di avere fatto anche del bene e di avere salvato molte delle vite di chi lei stessa aveva malefiziato. In filigrana si comprende però quale fosse la natura autentica della stregoneria nel sedicesimo secolo: non il commercio col demonio, non il maleficio di uomini e bambini, non un’ attività clandestina e segreta, bensì, semplicemente, l’arte della guarigione, lo studio delle erbe medicamentali, una sorta di medicina alternativa, insomma, praticata a buon mercato al di fuori della professione medica ufficiale. Per provarlo Bellezze cita più volte il possesso di un “livrone di 180 carte” – come lei lo chiama – che Michele Di Sivio ha identificato in un esemplare del cosiddetto Herbolario volgare stampato a Venezia nel 1520.

Una volta conclusa la stesura della sua “memoria difensiva” Bellezze sa perfettamente, però, che la sentenza è già scritta e che la condanna, inevitabile, è quella di essere portata al rogo, strangolata e bruciata sulla pubblica piazza. E allora compie un altro gesto al tempo stesso stupefacente e tragico: per evitare la morte pubblica sceglie la morte privata. Chiusa nella sua cella, afferra un chiodo, se lo pianta in gola e muore dissanguata. E a questo gesto si deve, per un ulteriore paradosso, la sopravvivenza del suo scritto. Le norme giuridiche sui processi di stregoneria prevedevano infatti che gli eventuali scritti delle streghe venissero bruciati insieme a loro perché le parole scritte erano tanto se non più pericolose dei loro atti. Togliendosi la vita Bellezze ha dunque consentito che la memoria della propria esistenza venisse conservata e giungesse sino a noi. Ma il quaderno di Bellezze non è l’unica fonte di questo processo “esemplare” celebrato nel 1528. Insieme ai suoi otto fogli sono infatti sopravvissuti gli atti veri e propri in cui sfilano I testimoni e il cerchio processuale, intorno alla “strega” si stringe inesorabilmente. Di questo dibattimento possediamo dunque due punti di vista diversi: quello dell’accusatore e quello dell’accusata. E le due versioni a volte coincidono, a volte stridono l’una con l’altra, a volte si allontanano. Mostrando ad ogni modo due lingue diverse: quella fredda e algida dell’atto notarile e quella dura e appassionata di Bellezze.

È proprio su questo doppio sguardo, insieme alla duplicità della natura di Bellezze, che si basa la costruzione drammaturgica dello spettacolo Bellezze è interpretata da Astra Lanz, mentre le musiche originali di Francesco Giorgi, intarsiate con le Sonate del Rosario di Ignaz von Biber, assecondano il ritmo e l’andamento della rappresentazione. Il testo è di Guido Barbieri, la drammaturgia di Guido Barbieri e Astra Lanz. (gb)

 

Produzione Teatro popolare d’arte

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER